barker98

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1998. Bologna, Italia. Se è semplice non mi piace, se viene spontaneo a tutti allora non fa per me, i riflettori e il riconoscimento non mi interessano, mi interessa capire qualcosa di me stesso, fare esperienza, per questo mi sono appassionato alla fotografia analogica. Ho sempre amato scattare e l'ho fatto per tutta l'adolescenza in digitale ma trovo più soddisfacente sforzarmi per ottenere una buona posa e un buono sviluppo in analogico, piuttosto che andare a scovare lo scatto migliore fra centinaia fatti con una DSLR. Alla fine l'otturatore ci restituisce della luce catturata all'interno della nostra fotocamera, ma vogliamo parlare del pensiero dietro un'esposizione? Del veloce processo che bisogna far nascere e poi concludere nel volgere di pochi istanti, quando qualcosa del mondo attorno a noi richiama la nostra attenzione e allerta la nostra anima, e poi la necessità di soppesare ogni inquadratura e ogni scatto perché, si sa, il rullino è un libro di poche pagine, per quanto intense. E poi vogliamo parlare dei minuti passati al buio, affidando il rullino alla pancia della tank, con la premura di non annegare nella luce (e far sparire, nella luce stessa) quegli istanti che abbiamo impresso sul rullino? E l'avventura non è finita perché, una volta partorite le nostre pose, inizia il conto alla rovescia nell'attesa di srotolare quegli istanti e iniziare il setacciamento alla ricerca dei momenti migliori, la scoperta di quei particolari che magari al momento dello scatto neanche si aveva notato. L'imparare qualcosa di se stessi guardando ciò che si è rubato a quello che prima era il presente. E ora il presente/passato resta impresso lì, con la sua danza di luci e di ombre, e tutto il resto (a partire dalla nostra presenza) diventa più relativo e leggero. L'immagine ha un suo peso, dei suoi simboli, anche quando non li avvertiamo. Ci ricorda la nostra vita, con la sua realtà e coi suoi sogni/incubi più o meno realizzati e realizzabili.

L'analogico mi fa anche riflettere sull'effimerità del tempo in cui viviamo. In questi anni in cui l'intelligenza digitale sta velocemente dando filo da torcere all'umana intelligenza pensante, in cui è possibile raggiungere risultati - visivamente, foneticamente, narrativamente - sbalorditivi semplicemente dando un input a un linguaggio programmato, in un'epoca in cui insomma la perfezione è alla portata di tutti, anche di chi non ha mai speso un istante a riflettere sul senso del bello e sul senso dell'arte, ecco che a mio avviso riprende importanza il concetto di autenticità, perfino il concetto di imperfetto: se c'è un errore c'è umano, se c'è caduta c'è un intento, il tentativo di un gesto (spesso il tentativo di un volo) e quindi c'è anima, c'è una storia. Il mondo digitale ci bombarda di storie meravigliose ma quante di esse sono autentiche? Il percorso tortuoso di una fotografia analogica ci riporta al pensiero e, quindi, all'essere delle persone. Ci dà un'identità. Bella o brutta che sia, dilettantesca o professionale che risulti, avrà sempre uno spazio più grande di un "perfetto" algoritmo.

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