Per una poesia dell'immagine: Mario Giacomelli

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Poche parole per introdurre all’artista Mario Giacomelli, amante dell’arte in ogni sua forma, estremista nella sensibilità, capace di esprimere ciò che non si vede, ciò che non può essere detto o pensato, quindi in grado di esprimere l’inesprimibile.
“…a me interessa trasfigurare ogni cosa per portare sulla carta fotografica i segni, i simboli purificati, la durata di un attimo di interiorità…”
Mario Giacomelli

Mario Giacomelli, nasce a Senigallia, il primo agosto 1925. Inizia la sua attività di fotografo nel 1953. La sua partecipazione al gruppo “Misa”, fondato da Giuseppe Cavalli, permette a Giacomelli di uscire dall’ambito della piccola città di provincia e di inserirsi in un panorama culturale di ampio respiro. Tra gli anni 50’ e 60’ si affaccia sul panorama irrequieto della fotografia italiana con proprie idee, stile e linguaggio.

E’ già di questi tempi la sua conversione al linguaggio poetico della fotografia, infatti egli stesso ebbe a dire : “pur amando e sentendomi un realista, pur difendendo la fotografia come comunicazione, ho scoperto che la poesia è il linguaggio con il quale credo di realizzarmi e di poter fuggire dalle formule delle banalità quotidiane. Lo spazio non è più appiattito, le cose che vedevo sempre uguali, le stesse strade, la stessa gente della mia città, pensando alla poesia, ora mi sembrano modificate tutto sa di avventura che mi coinvolge in esperienze nuove, mi fa vivere viaggi in territori immaginari” .

Mario Giacomelli dunque intuisce le capacità espressive della fotografia e la sente come strumento congeniale con il quale trasformare la realtà e riproporla filtrata ed intrisa delle sue angosce, pulsioni e ricordi. Egli si sgancia dal contesto culturale del tempo teso tra neorealismo e fotografia soggettiva per percorrere la propria strada tesa all’interpretazione del reale in forma poetica: Giacomelli utilizza la fotografia per rappresentare il suo sentire abbinando creatività e poesia.

Nelle opere fotografiche di Giacomelli la realtà è il punto di partenza ma anche di arrivo per esprimere i suoi pensieri, le sue esperienze ed emozioni: si tratta dunque di una fotografia interpretata e filtrata attraverso gli occhi e la vita del suo autore.

“ Io non ritraggo il paesaggio – afferma Giacomelli – ma i segni, le memorie di un mio paesaggio. Un tempo sentivo il paesaggio come un grande reportage, puro, forte, tutto ancora da scoprire, da vivere. Mi sono poi accorto che fotografavo invece la mia interiorità, attraverso il paesaggio trovavo la mia anima” .
Questa sua grande attrazione per il mondo poetico lo porterà a tentare anche la strada del verso scritto, ma sicuramente a distanza di tempo, è chiaro che il linguaggio a lui più congeniale rimane quello dell’immagine, benché vissuta e sperimentata come forma poetica. Forse da questa attrazione nasce il desiderio di raccontare le poesie.

“Ho vissuto con questi ultimi lavori che raccontano poesie scavalcamenti di precedenti emozioni…in conclusione è una nuova forma per me di comunicazione, dello spostamento progressivo delle vibrazioni interiori” .
Queste immagini diventano la traduzione grafica del linguaggio poetico.

written by drinkwater on 2012-03-19 #news #senigallia #mario-giacomelli

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3 Comments

  1. sirio174
    sirio174 ·

    un grande. La sua serie sui pretini è carinissima. Tra l'altro nelle prime edizioni era stampata meno contrastata. L'ultima volta che l'ho vista era stampata con pochi toni di grigio, molto contrastata, davvero efficace. Invece la sua serie sull'ospizio non riesco a reggerla. Troppo dura.

  2. superlighter
    superlighter ·

    Un Grande della fotografia. Bellissimo articolo.

  3. fabc68
    fabc68 ·

    La serie dei pretini sulla neve è incredibile: quasi niente grigi, un bianco e nero fortissimo e un senso del movimento e dell'insieme ineguagliabile. Qualcuno sa che attrezzatura utilizzava? A un corso di fotografia ci hanno detto che usava sempre la stessa TLR.

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