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Un piccolo Omero...

E' il centro storico della mia cittadina, eppure non ci passo quasi mai... Ma oggi c'è la pace e il silenzio di questo pomeriggio assolato, c'è la compagnia più preziosa che conosco al mondo e ho la mia adorata Sardina, caricata in Lady Grey , che scalpita per immortalare ogni angolo di queste stradine anguste. Se apro bene mente e cuore, passeggiando per queste vie, può arrivarmi all'orecchio il canto dolente del nostro piccolo Omero, il poeta Melchiorre Murenu che a Macomer nacque il 3 Marzo 1803 e lì morì in circostanze tragiche il 21 Ottobre 1854.

Il suo vero cognome era Ledda ma egli decise di farsi conoscere facendo suo quello della nonna paterna.
All’età di tre anni fu colpito da un’infezione di vaiolo che lo privò della vista ad entrambi gli occhi. Era analfabeta ma dotato di un’intelligenza e d una memoria fuori dal comune che gli consentivano di immagazzinare una quantità enorme di notizie, racconti, stralci di opere letterarie e precisissime citazioni bibliche ed evangeliche. Aveva una grandissima capacità d’improvvisazione ed una spiccata vena poetica dettata dall’istinto, che lo portava a primeggiare nelle gare fra poeti dialettali improvvisatori, in ogni occasione di aggregazione e di festa, passando da delicati versi d’amore a feroci invettive.

La morte del cantastorie, avvenuta per mano omicida, si compì probabilmente a causa delle satire contenute nei suoi versi. Il racconto del delitto, tramandato oralmente e poi riportato dal biografo Francesco Pinna Piras, ad introduzione di un libretto di poesie in occasione del centesimo anniversario dalla sua morte, narra che nella tarda sera del 21 Ottobre 1854, mentre il poeta s’intratteneva a chiaccherare a casa di amici, vennero a cercarlo tre uomini, dicendo che in un esercizio pubblico nei pressi el municipio, lo attendeva il poeta Maloccu, suo rivale di gare poetiche. Il Murenu si mostrò intimorito e perplesso, ma alla fine li seguì.

Egli conosceva alla perfezione ogni via del paese e sapeva muoversi autonomamente, forse si accorse che non lo conducevano dove gli era stato annunciato, forse tentò di ribellarsi, ma venne spnto con forza giù dal dirupo accanto alla Chiesa antica di Santa Croce. Se passate di lì rivolgete un pensiero a quest’anima infelice: ascoltate bene, la bellezza del suo canto può raggiungere anche voi.
“Non vivas annuzada, Vida mia,
pro m’esser pagu tempus appartadu,
bastante in manu tua hapo lassadu
su coro pro ti fagher cumpagnia.
Custu coro ch’a tie est eligidu
non cretas chi ti dat affettu vanu,
cando tue lu pensas a lontanu
vivet pius cun tegus aunidu,
sos resplendores tuos t’han bestidu
de su pius amore immaginadu.
Si sos grandes affares de premura
t’hant privu pagas dies sa mirada
non cumbenit leareti tristura
sende dai su coro accumpagnada
pro caparra zertissima e segura:
sa mezus parte mia ti hapo dadu.
Anzis ti l’asseguro, bella, crè,
chi toccaiat a mie sa dolenzia
pro cando non t’ido sa presenzia
mai ispezia bona bi hat in me,
su momentu chi privu so de te
mi benit ch’est un annu figuradu.
Finalmente ses tue sa chi adoro
in totu sas terrenas criaturas,
espostu a dogni affannu est custu coro
mezus de su chi tue lu figuras,
canto vivo in su mundu e catu duras
non m’has a bider mai cambiadu.
Bastante in manu tua hapo lassadu.”

(Non vivere in tristezza, Vita mia, perchè mi sono allontanato per un pò, per farti compagnia basta il cuore che ho lasciato nelle tue mani. Non credere che questo cuore, che è tutto dedito a te, ti dia un affetto vano, quando tu pensi sia lontano, egli vive ancora più unito a te, le tue grazie gli hanno ispirato l’amore più grande che si possa immaginare. Se gli affari importanti che dovevo sbrigare, ti hanno privato per pochi giorni della mia vista, non è bene che ti faccia prendere dalla tristezza perchè sei in compagnia del cuore che è una caparra certissima e sicura: ti ho dato la miglior parte di me. Anzi ti assicuro, bella, credimi, io ero il più addolorato, perchè quando non ti vedo, non c’è mai buonumore in me, un solo momento che sono privo di te, mi sembra lungo un anno. In conclusione sei tu quella che adoro tra tutte le creature , questo mio cuore è esposto a tutte le sofferenza e per quanto vivremo non mi vedrai cambiare. Ho lasciato quanto basta nelle tue mani.)

Riferimento per i cenni biografici: Gino Kalby Pitzolu, “Macomer-Macopsisa” Ed. Ripostes.
Fonte per la poesia: Giovanni Spano, “Canzoni popolari di Sardegna”.
Grazie a M.

written by smara

3 comments

  1. smara

    smara

    Quanti errori di battuta!!! Perdonatemi, non mi ero accorta!

    about 1 year ago · report as spam
  2. sirio174

    sirio174

    ottima la scelta del b/n!

    about 1 year ago · report as spam
  3. smara

    smara

    @sirio174 Grazie tante!

    about 1 year ago · report as spam

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